Note critiche su "Mare della Tranquillità"

Poesia di Emanuele Marcuccio

MARE DELLA TRANQUILLITÀ

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?

Giacomo Leopardi,

da «Canto notturno

di un pastore errante dell’Asia»

 

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità

 

17 gennaio 2013

In “Mare della Tranquillità”[1] l’attacco verbale “tien”, scritto in apocope, rende il verso snello e leggero il cui soggetto è la luna con le sue “vecchie strade”. Quell’aggettivo “vecchie”, che potrebbe sembrare scontato e persino banale, è il perno su cui ruota l’eterna annosità del satellite. In legame covalente col primo, il secondo verso si apre con un’altra forma verbale in apocope “a separar” cui segue un’espressione eccellente, “gli ammassi oceani”. Se l’autore, come invece ben scrive nella lirica “Carpe”, avesse usato l’aggettivo “ammassati”, non avrebbe raggiunto né originalità espressiva e neppure sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del lettore. Quell’aggettivo che volge in sostantivo, pone sulla carta l’idea di un qualcosa di compatto, di un qualcosa ammassato con acqua e terra. La staticità è sovrana sulla “superfice”[2] degli oceani, qui intesi non tanto nell’accezione del termine, ma nella vastità dell’ambiente, un’area astronomica, quella della luna, dove ci sono mari che la solcano “in prosciugata tranquillità”. Il verbo “solcare” è proprio dei natanti che lasciano dietro di sé una scia spumeggiante, ma è proprio anche del lavoro dei campi dove si vedono gli aratri tracciare solchi nella terra. Il sostantivo “mare” richiama l’idea dell’acqua mentre l’aggettivo “prosciugata”, participio passato del verbo “prosciugare”, si connota nel significato di asciutto, di siccità, di secco e desertico. La contrapposizione che sorge tra i due termini, forma un ossimoro che va ad incidere sul sostantivo “tranquillità”, allargandone il significato anche nel senso di silenzio e quiete.

Lucia Bonanni 

dal saggio breve inedito "Tre poesie di Emanuele Marcuccio. Una lettura"

 

[1] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 38.

[2] A questo proposito, scrive Marcuccio in La parola di seta (PoetiKanten, 2015), nel corso dell’intervista rilasciata a Lorenzo Spurio: «[M]i si perdoni la licenza poetica di “superfice”, l’ho fatto per non rompere la fluidità del verso».

Un’ode lunare, una composizione di soli cinque versi, astratta, sintetica, avulsa dall’atmosfera e dalle vicende terrestri, ambientata in un clima cosmico, nei rarefatti, prosciugati deserti del satellite solitario.

Una strofa di cinque versi strutturata sui novenari (ai vv. 1, 2, 5), divisa in due periodi. Il primo verso, allusivo, è una similitudine terrestre, poi la lirica ha andamento discendente, sottrattivo, descrittivo del deserto, del silenzio, della pura materia.

La forma è sintetica, asciutta, sobria nelle cadenze, l’atmosfera creata è straniata, sospesa. Pur non detto, si percepisce un immenso silenzio.

L’impianto episodico della versificazione, il gergo disinvolto e la sintassi derogante nonché fortemente ellittica, con i versi indipendenti, galleggianti sulla pagina senza ordine di punteggiatura, configurano quello stile moderno, destrutturato, inconfondibile, che contrassegna la più recente produzione del poeta palermitano.

Luciano Domenighini

Il momento di completezza espresso in quel volto illuminato dalla luce del sole, pallida visione dell’esplosione di luce dell’astro solare, freddo calore argenteo che non può non ispirare ammirazione, ha da sempre movimentato l’animo umano di visioni e proiezioni fantastiche, come l’amore implorante che ti tiene rivolto all’amata facendola desiderare, regala spiragli d’amor corrisposto; ed ecco quella luminosa e placida dea, espressione di mute richieste che non puoi non accogliere, suscitare preghiere per appagare, nell’illusione, entrambi; nell’abbozzato respiro del compiuto un sospiro liberatorio.

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ Silenziosa luna?” cantava Leopardi.

“Tien la luna vecchie strade” esordisce Emanuele Marcuccio nella sua poesia, spingendosi a dare una risposta che nulla toglie al poeta, all’amante, al notturno uomo che sonnambulo sognerà per quelle vecchie strade senza curarsene.

Nei suoi versi, direi di filosofia del concreto, ad alleviar l’angoscia della sospensione della domanda, si costruisce un’azione perpetua che esula dal preoccuparsi del destino umano e realizza il suo discreto ordine, la sua legge perenne, e quell’intrigante e bello aspetto che ha sempre fatto dubitare e ipotizzare “[…] a separar gli ammassi oceani/ alla superfice […]”.

Così da leggere tra le espressioni lunari per i suoi secolari abbozzi di sorrisi, lamenti, dubbi, per tutte le scale cromatiche dei sentimenti umani, da lei abbracciati, cullati, nascosti, attraverso le sue fasi cicliche che tutto accoglie e tutto ispira, come un grande magico specchio d’immaginazione e creatività; il suo andare, tra quel che è e il suo apparire di dea “terrea” inesorabile ed eterna, in cui in una voce di speranza ultima si ritorna per quella tanto sospirata pace così lontana dal tempo di oggi e dalle pretese quotidiane: “mari la solcano/ in prosciugata tranquillità”.

Cinzia Tianetti

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